Nessuna grazia per Cerasoli

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Nessuna grazia per Cerasoli

«Sulle ore 7 pom. del giorno 27 Gennaio 1874 il famigerato Domenichino di Cellere, armato di fucile, appariva improvvisamente nella pubblica piazza di quel paese, ed ivi trovati Domenico Cerasoli, insieme ad altri due compagni, spianava contro di loro il fucile esclamando: Sangue della Madonna – fermi che vi brucio – sono Domenichino – si muore! Quei tre impauriti si posero in ginocchio per terra, chiedendo grazia per la loro vita, ed il Tiburzi che era pure trattenuto dalla moglie, impose loro di allontanarsi da quel luogo. Subito ubbidirono, accelerando alquanto il passo, al che il Tiburzi gridò: Ah! Correte anziché camminare! Ed esplose contro di loro il fucile il cui proiettile colpì nella testa ed uccise istantaneamente il Cerasoli»
Il Cerasoli era un poveraccio arrivato dalla provincia di Urbino per la raccolta delle olive. Incaricato dal padrone di sorvegliare i lavori del frantoio, aveva rifiutato di pagare il “solito olio” (non sapeva che era la tassa pretesa dal brigante) ad una donna piuttosto belloccia. Per di più le fece delle avance accompagnandola con un approccio manesco. La donna, però, era Veronica, moglie di Domenichino, e quell’olio era la “tassa” da pagare al brigante.


Oltre ad Angelo Del Buono, altri caddero sotto il tiro di Tiburzi. I1 25 gennaio 1874 un bracciante, giunto a Cellere dalla lontana Urbino per la stagione della raccolta delle olive, venne ucciso davanti alla farmacia del paese. La vittima si chiamava Domenico Cerasoli. Ufficialmente non si conobbero mai i “veri” motivi che portarono Domenichino a compiere questo secondo omicidio. È nota la versione del Tribunale, del Sindaco Mazzariggi, del farmacista e del fratello dell’ucciso; questi dichiararono che il brigante e Cerasoli non si erano mai visti e conosciuti. Il comandante della stazione dei RR.CC. di Cellere in una comunicazione scritta al Pretore di Toscanella, definì l’omicidio del Cerasoli causato da “impulso di brutale malvagità”.
Ma la “voce pubblica” di Cellere ha tramandato un movente più attendibile di quel delitto che, senza dubbio, non poteva essere gratuito.
Il marchigiano lavorava nel frantoio del paese; li si era recata qualche giorno prima la moglie di Domenichino a prendere l’olio che il proprietario, come era consuetudine, le dava per le necessità della famiglia in cambio della tranquillità nei suoi affari. Però, il giorno che Veronica si recò al frantoio, al posto del proprietario trovò il Cerasoli il quale, ignaro con chi avesse a che fare, non solo si rifiutò di consegnarle l’olio che chiedeva, ma avanzò alla donna delle proposte… erotiche. E la Veronica, tornata a casa senza olio e umiliata nell’onore, informò il marito che credette bene di lavare l’affronto con una fucilata ben assestata.
Nel dispositivo della sentenza di rinvio a giudizio, il fatto è stato cosi ricostruito:
“Attesochè risulta il fatto che nelle ore sette pomeridiane del giorno 25 gennaio 1874 il famigerato bandito Domenico Tiburzi, soprannominato Domenichino di Cellere, armato di fucile, appariva improvvisamente nella pubblica piazza di quei paese ed ivi trovato Domenico Cerasoli insieme ad altri due compagni, spianava contro di loro il fucile esclamando:
«Sangue della Madonna, fermi che vi brucio; sono Domenichino, si muore”»
Quei tre, impauriti, si misero in ginocchio chiedendo grazia per la loro vita Tiburzi che era trattenuto pure dalla invocazione della moglie, impose loro di allontanarsi dal luogo. Subito ubbidirono accelerando alquanto il passo, al che il Tiburzi gridò:
«Oh! correte anziché camminare?»
Ed esplose contro di loro il fucile il cui proiettile colpì nella testa il Cerasoli. Tiburzi, che è un evaso dalla casa di pena, si diè alla latitanza nella quale tuttora si mantiene… Che la responsabilità specifica a carico del nominato Tiburzi viene dai rapporti del Sindaco di Cellere e del comandante dei RR.CC nonché dal deposto di più testimoni fra i quali Rinaldo Merlo, Lorenzo Olivieri e Lucia Brunadoro. Che a carico dell’imputato concorre altresì l’aggravante della recidiva, per essere stato condannato precedentemente a 18 anni di galera a causa di altro omicidio…”.
Per questo secondo delitto, con sentenza dell’8 giugno 1880 emessa dalla Corte d’Assise di Viterbo, Tiburzi venne condannato a morte.
Tratto da: Angelo la Bella, Rosa Mecarolo, Tiburzi senza leggenda, Realistica ricostruzione della vita del brigante attraverso il maxiprocesso ai suoi ‘manutengoli’, 1995


 

Omicidio Cerasoli

Ma ecco che succede là in paese
dove Domenichino ha la famiglia,
la moglie va al frantoio a più riprese,
e un poco d’olio ogni volta vi piglia.
Un giorno assente il padrone cortese,
trova un garzone che non la somiglia,
ed essendo lei giovane e belloccia
non perde tempo ed al tentar s’approccia.

Lei non ci sta; il gesto assai la scoccia,
e tutto fa sapere a suo marito,
che considera sia l’estrema goccia,
d’un affronto offensivo ed inaudito.
Determina affinch’egli più non nuoccia
che della vile colpa sia punito,
due giorni dopo di prima mattina
il cadavere è in mezzo a una stradina.

Tratto da: Giuseppe Bellucci, Da Cellere a Capalbio.
Fatti e misfatti del brigante Domenico Tiburzi. Storia in ottava rima, 2017