Interattività e Multisensorialità

IL FATTARELLO È QUESTO

Il Museo di Cellere

si offre come museo narrativo. Gli oggetti che esso conserva ed espone hanno funzione evocativa piuttosto che documentaria.

Rispondo alla logica delle risonanza anziché a quella della meraviglia.

Evocano mondi culturali

di cui possono essere considerati campioni rappresentativi. La scelta di soluzioni ad alto tasso di interattività rispondono all’esigenza di riscattare il visitatore dalla condizione di passività nella quale molta museologia lo ha relegato. La multisensorialità è stata pensata quale strategia per veicolare messaggi nella maniera più efficace possibile e coinvolgente possibile, ma anche per fare in modo che questi possano essere colti da un pubblico il più ampio possibile e secondo modalità plurali.

Live Music

L’allestimento dà conto il più possibile della diversità di suggestioni e della molteplicità di  mezzi con i quali ieri e oggi vive la memoria del brigantaggio maremmano. Gli oggetti e i testi diventano così pretesto per compiere un’esperienza multisensoriale e l’allestimento si sviluppa in modo da prevedere in ogni sua articolazione l’interattività.

È grazie a questo dispositivo che si potenzia la conoscenza del visitatore, al quale viene lasciata la possibilità di scegliere, ricercare, conquistare. E l’esperienza conoscitiva fondata sul fare, anziché sul contemplare e vedere, così come il potenziamento del coinvolgimento sensoriale, soprattutto dell’udito, rafforzano l’apprendimento.

Il bosco che accoglie il visitatore al piano terra diventa quindi luogo di un’esperienza iniziatica e l’interattività un’avventura di conoscenza. Per attraversarlo si devono manipolare le foglie degli alberi e rompere la superficie frondosa delle pareti. Gli alberi hanno inscritta sui tronchi la propria chiave di lettura, e dai rami pendono FOGLIEtti che riportano storie, episodi, documenti in facsimile del mondo dei briganti. 

Seguendo poi le tracce testuali del reportage Nel Regno di Tiburzi di Adolfo Rossi lasciate lungo il bosco, si incontrano le diverse sezioni narrative, ricche nascondigli, cassetti, botole, nicchie, scomparti, bacheche, ribalte. Nessuna superficie è lasciata vuota, nessuno spazio muto.

Dal fondo del bosco affiorano tracce oggettuali, testuali, sonore, olfattive, che ci guidano alla conoscenza del fenomeno brigantaggio e del suo contesto. E un treno attraversa, inquietante questo mondo.

È il treno Civitavecchia-Viterbo che non è mai partito. Dai suoi finestrini scorrono le immagini e i suoni che avrebbero potuto vedere e sentire i viaggiatori se fossero passati di lì, le immagini e i suoni che portavano nelle proprie menti.

Alternate a frammenti delle voci dei progettisti scientifici: anche il senso di questo museo antropologico del brigantaggio maremmano è quindi affidato all’udito.

Più oltre, il percorso incontra fatalmente il Novecento e la rivalutazione patrimoniale e turistica del brigante. È La Taverna dei briganti, interno da agriturismo in cui ritroviamo esemplari di merci, dépliant e menu di ristoranti, pubblicità di enti di varia tipologia che sfruttano il “marchio brigante”, corredate da uno schedario che rende conto di questo brand attraverso i dati raccolti dalle interviste ad ognuna delle ditte ed istituzioni coinvolte (come la Comunità Montana Alta Tuscia Laziale, che ha realizzato Il Sentiero dei Briganti).

Su altri scaffali, libri e testi teatrali sul brigantaggio locale e su Tiburzi.
Appese al muro locandine di spettacoli, mostre, convegni.
Su un tavolo un monitor dal quale ascoltare storici locali che raccontano i luoghi dei briganti e collezionisti che raccontano i loro feticci briganteschi. Su tutto si staglia il manichino di Domenico Tiburzi, originariamente esposto all’interno di un ristorante di Capalbio per animare gli abiti indossati dal protagonista del film Tiburzi di Paolo Benvenuti.

Al piano superiore è dato ampio spazio all’immaginario. Qui gli oggetti si riducono al massimo e voci su voci si rincorrono a raccontare quegli aneddoti e storie di Tiburzi che ancora oggi circolano senza sosta nel territorio, mentre presenze fantastiche occhieggiano da ogni parte a rafforzarle. Completano il percorso una proiezione a parete in loop di una serie di voci cantate e narrate, quattro postazioni informatiche con cuffie, ma soprattutto tre stanze dedicate a svelare attraverso l’ascolto i diversi volti del Re del Lamone. É in queste stanze che l’udito diventa lo strumento di conoscenza primario: pochi oggetti collocano fisicamente storie raccolte dalla voce dei celleresi e riproposte in ascolto magistralmente dall’arte di Antonello Ricci e della Banca del Racconto. Le persone appaiono solo in voce, ma queste voci sono così potenti da consentire al visitatore di immaginare le scene, a scolpirle nelle proprie emozioni.

Le proiezioni al piano di sopra, i suoni e le voci del treno e le ottave dei cantastorie creano una sonosfera continua che accompagna il visitatore per tutto il percorso, e che muta a seconda del punto di ascolto in cui egli si colloca: avvicinandosi all’una scompaiono le altre, in un gioco caleidoscopico di voci e suoni. Alcune selezionate fonti sonore sono invece udibili in cuffia, per favorire la concentrazione e l’ascolto puntuale.