
Visita guidata con il direttore
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Mai le bande di briganti maremmani assunsero le dimensioni e il numero delle bande dei briganti meridionali. La più tenuta fu sicuramente quella con a capo Domenico Tiburzi, nota anche come banda del Lamone. Nei momenti di maggiore estensione, essa arrivò a contare 4 massimo 5 elementi. Accanto ad essa esistevano altre formazioni come la banda Albertini (Albertini, Menichetti e Ranucci) e quella composta da Ansuini e Menichetti. Il nocciolo duro della banda del Lamone era rappresentato originariamente da David Biscarini e Domenico Tiburzi. Alla morte del primo Tiburzi divenne il capo indiscusso e strinse uno strettissimo sodalizio con Domenico Biagini di Farnese. Quando Biagini morì venne sostituito dal giovane Luciano Fioravanti. Attorno a questo nucleo ristretto orbitavano poi dei malviventi occasionali, spesso ambiziosi e altrettanto spesso puniti con la morte a causa delle loro insubordinazioni. Un ruolo fondamentale nel permettere la latitanza dei briganti la ebbero i così detti manutengoli, i favoreggiatori. Esterni, di fatto, alla banda, queste persone (pastori, boscaioli) rifornivano i latitanti di ciò che poteva esserci di più prezioso: beni di prima necessità ma soprattutto informazioni. Quella del manutengolo era un mestiere rischioso, non furono pochi quelli che, conquistati dalle lusinghe del doppio gioco, vennero puniti o uccisi in modo plateale. La storia del fornaio farnesano Vestri è esemplare in questo senso.
Quando i tempi furono maturi, la strategia di contrasto ai briganti maremmani si mise in atto proprio nel fare attorno ad essi terra bruciata. Tramite gli arresti di massa che portarono al Processone di Viterbo venne quindi interrotta la rete dei rifornimenti così decisivi per il prosieguo della latitanza di Tiburzi e dei suoi sodali.




